And the winner is

febbraio 16, 2013

Di seguito il mio podio personale del festival di Sanremo:

3.) Marco Mengoni, L’essenziale

2.) Annalisa, Scintille

1.) Max Gazzè, Sotto casa.

 

 

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Tolleranza Zoro (non è un refuso, no)

febbraio 14, 2013

Dobbiamo finirla con le metafore raffinate,  il fair play, le stoccatine e le schermaglie da fiorettisti. Sono perle al Porco.

Rispondiamo a tono. Gli piacciono le battute pecorecce, le allusioni sessuali? Bene, siam capacissimi anche noi.

Una possibile risposta al “Lei viene a costo zero?” :

“A costo zero, sì. Pensi, mio marito non mi deve pagare né spendere per strafarsi di pillole azzurre. Costano un fottìo, eh, Silvio? Mi consenta, quanto Le costa ogni botta?”

Un’altra possibile risposta a “Quante volte viene?”:

“Mah, dài, abbastanza spesso. Ed è tutta natura, eh?, mica  devo fingere né sforzarmi a pensare ai braccialetti/collanine/appartamentini con cui verrò compensata dopo. Mi dica, quante volte tocca subire per un bilocale con posto macchina?”.

Spiritoso com’è, il vecchio nano barzelletaio dovrebbe ridere. Alla peggio, se arriva la querela, posso sempre dire di essere stata fraintesa, urlare al complotto e al bigottismo dilagante.

Al post di*…E figl ssò piezz ‘e core

gennaio 18, 2013

Tempo fa ho scritto un post sulla serie Sherlock della BBC.

La serie è piaciuta un sacco anche a Diego Cajelli,  se non ti ho convinto io, leggi da lui e credi.

Ieri sera ho visto il pilot di Elementary, la versione americana dello Sherlock Holmes del Duemila: a parte il cambio d’ambientazione (New York al posto di Londra) e  di “genere” del Dott. Watson, interpretato da Lucy Liu , la serie scopiazza  impudentemente dalla serie geniale di Moffat e Gatiss, risultando però come copia mediocre, sbiadita, priva di qualsiasi elemento originale (fatti salvi i due tocchi di originalità già detti. Eccapirai…).

Vien da chiedersi quali siano le autolesionistiche ragioni alla base di questo insulso remake americano.

Neanche avessero bisogno di copiare, gli americani, per creare serie favolose: Lost, tanto per dirne una, peccato il finale, The Good Wife, The West Wing, I Soprano, Dexter e tante altre da perderci la testa.

Di questi tempi mi struggo per  gli americanissimi, cattivissimi, motociclistissimi e strepitosi Sons of Anarchy.

Ho appena finito la prima stagione: ho lasciato Jax davanti alla tomba di suo padre, con lui intento in un dialogo muto, pesto e stropicciato ma sempre bello come il sole, tormentato, solo, furioso, disilluso, senza una donna, senza più fede, ai margini della Famiglia.

Intorno a lui gravitano personaggi privi di scrupoli e coscienza, ispirati a valori e ideali distorti: sua madre, una versione moderna e sboccata di Lady Macbeth, il patrigno spietato, il leale e sfortunato amico d’infanzia, i fedelissimi Tig, Juice e Bobby,  il Primo Amore che non si scorda mai, poliziotti corrotti, federali disposti a tutto, terroristi, criminali di tutti gli angoli della terra e neonazisti. Ogni episodio è denso di persone e di fatti,  questi ultimi spesso di sangue, lo si vive con un senso di precarietà e di ansia, consapevoli che chiunque tra i Figli potrebbe essere terminato da un momento all’altro da uno qualsiasi tra i nemici.

Figata, insomma.

Una cosa è certa: prima dei Figli guardavo gli harleysti con un po’ di sufficienza, ora come ora valuto la possibilità di un nuovo anello cardinalizio col teschio.

* frittelle. Non vedo l’ora che arrivi la Quaresima e che panifici e pasticcerie la smettano una volta per tutte.

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La voce della verità

gennaio 18, 2013

Ecco che all’orizzonte spunta il pulmino giallo della scuola, lo sto aspettando all’incrocio.

Si avvicina, rallenta, si ferma, mia figlia si alza e va verso la portiera che si apre con un puff!,  scende.

Il tempo di capire che la vocina che chiede “Ma è tua sorella?” si riferisce a me e puff! la portiera si chiude e il pulmino riparte.

“E’ la Lisetta di prima che l’ha detto”, mi dice mia figlia con tono bonario e picchiettandosi col dito la tempia.

Io resisto alla tentazione di correre dietro al pulmino come Dustin Hoffman dietro all’autobus nella scena finale del Laureato e di andare a baciare la Lisetta di prima con lacrime di gratitudine.

Pensavo di corrisponderle un vitalizio.

 

Daughters of Anarchy

gennaio 17, 2013

Lo scenario che si presenta ai miei occhi in bagno dopo che le due figlie maggiori ci hanno fatto la doccia è apocalittico: pavimenti e tappetino bagnati, umidità e temperatura tropicali, ciabatte in disordine sparso, cumuli misti di asciugamani umidicci, calzini, magliette, orologi, fermagli per capelli, una mezza dozzina di flaconi e bottigliette aperti sul piatto doccia, varie ed eventuali.

Una tanica di benzina, un fiammifero e si potrebbe lasciar ripristinare Ordine e Purezza al fuoco. In alternativa, straccio, santa pazienza e olio di gomito.

Mi chiudo in bagno con la mia bambina più piccola: devo farlo perchè va marcata a vista di questi tempi, vuole stare in piedi da sola senza appoggiarsi a niente, è spericolata, mette in bocca qualsiasi cosa, s’infila dappertutto gattonando, apre ante e cassetti, si pizzica, prende capocciate, ricorda Baby Herman di Roger Rabbit. Almeno da qui non scappa, la tengo d’occhio e intanto metto fuori dalla sua portata tutto quello che non deve finirle in bocca e in mano: detersivi, shampoo, balsamo, bagnoschiuma, saponette, rotoli di carta igienica, forcine, eccoli lì, dentro una bacinella e poi là, lassù in cima, sopra il mobile più alto. Uff, fatica…

OK, ho bonificato, adesso non può più fare niente, solo star qui seduta giocare con il suo telefono finto. Via, al lavoro, raccatta i vestiti, piegali…

Il tempo di rendersi conto che baby f è stranamente tranquilla – una trentina di secondi, forse? – e la vedo impartire, putto seduto, una specie di benedizione sul mio cane (dimenticavo: in bagno mi ci sono chiusa anche con la mia cagnolina, Clara; è anziana e tende alla malinconia, guaisce se resta al di là della porta) con lo scopino del water. Riesce ad impartirla almeno cinque volte ad una Clara tra l’adorante e l’ebete,  prima di essere disarmata.

Posso solo dire che lo scopino è praticamente nuovo, di un bel viola brillante, liturgico: dev’essere stato quello ad ispirarle l’urbis et orbis.

A questo punto quella del fuoco purificatore non mi pare più un’idea poi così peregrina.

Al post di…ovvero di come da un (presunto) male possa risultare un (presunto) bene

gennaio 12, 2013

Un paio d’anni fa, forse tre, LUI mi ha regalato un’autoradio nuova: la mia Kenwood del 1994 non è dotata di lettore CD e mp3, funziona solo da radio e da mangiacassette (ve la ricordavate questa parola?): si schiaffa la cassetta dentro la fessura, si manda avanti e indietro schiacciando due bottoni, si gira la manovella per alzare o abbassare il volume. Facilissimo.

Le cassette le tengo in una scatolina sotto il sedile, dal ’94 son rimaste più o meno le stesse: ci sono vari Best of, estratti e balsami preziosi di musica IMPRESCINDIBILE distillati da LUI nel vano tentativo di curarmi dall’infezione pop, una splendida cassetta di un gruppo di talento, e altre A.A.V.V.)

Stereo nuovo, dunque, se si può ancora definire nuovo a distanza di tre anni (potrebbero essere anche quattro, in realtà). E sebbene io gli sia stata molto riconoscente per il pensiero, quello stereo LUI non l’ha mai potuto installare: per sistemare le casse avrei dovuto svuotare e riordinare il mio bagagliaio, cosa non proprio facile. Dall’analisi degli strati geologici del bagagliaio si potrebbe ricavare l’età della mia macchina, ad averne voglia e coraggio: sottili strati di cracker del Paleozoico scemano in strati di giornali che documentano i primissimi anni del nuovo millennio che a loro volta confluiscono in una monolitica-neolitica compagine di carta da regalo, nastri, fogli di quaderno, ombrelli portatili, sciarpe e berretti (guest star: due bottigliette in vetro di gingerino, un giorno o l’altro torneranno sicuramente utili nel traffico, credete a me).

Inizialmente ho promesso lo sgombero immediato. Poi ho cominciato a posticipare, a diventare vaga. E’ diventato argomento di discussione, insomma, poi oggetto di litigio, motivo di rimprovero e di sensi di colpa. Infine LUI, esasperato, lo ha installato nella macchina di mia mamma che l’autoradio non ce l’aveva.

No, non è questo il presunto bene del titolo.

Giorni fa in un mercatino sono incappata in una favolosa cassetta con The Essential Hall & Oates: Maneater, Kiss on My List, Possession Obsession e Out of Touch, naturalmente. Ora occupa il posto d’onore nella scatola delle cassette, senza la mia vecchia Kenwood non potrei ascoltarla e riascoltarla come sto facendo in questi giorni.

Già mi immagino le probabili e facili obiezioni che starete per muovermi, aridi tecnofili che non siete altro; altresì immagino i pesanti commenti sui miei gusti musicali ma non riuscirete a ridimensionare il mio entusiasmo.

Peraltro il post l’ho scritto solo per evitare di mangiare tre macine.

(Punto) vita nuova

gennaio 4, 2013

Mò basta.

La dieta ha da cominciare, una volta per tutte.

Finora si trattava di un proposito svogliato, ora si è fatto disperato: devo rientrare nei miei vecchi jeans. No, non miro a rifarmi il guardaroba in primavera, mi basta rientrare nelle mie vecchie cose en souplesse.

Ho elaborato un piano.

Per cominciare ho comprato SEDICI finocchi SEDICI e stabilito che d’ora innanzi io e loro si passerà un sacco di tempo insieme. Sì, lo so, servono le proteine, bisogna variare gli alimenti, certo, la bresaola sìssì. Ma l’icona di questa dieta sarà lui, il diuretico, fidato, croccante ma anche lessabile finocchio. Il mio piano consiste nel tenerlo sempre pronto, crudo o cotto, così da rappresentare un’alternativa sempre disponibile a qualsiasi altra cosa. Sto per fiondarmi sull’ultima mezza fetta di pandoro? E invece eccomi sterzare bruscamente verso la cruditè di finocchi! Allungo la mano verso i pan di stelle? Mais non,  voilà una coppetta di finocchi bolliti! Una manata di taralluci? E perchè mai se posso affondare gli artigli su una teglia di finocchi al gratin?

Suono abbastanza isterica?

Sì, lo so, sono prospettive desolanti, ma tant’è. Qui s’ha da dimagrire, o di riffe o di raffe.

Il secondo espediente consiste nel sublimare la fame trasformandola in pensieri e poi in parole. Come, dove? Ma qui naturalmente! Ho pensato ad una specie di rubrica che si intitolerà AL POST DI…: un post come pasto o spuntino sostitutivo, insomma.

Vi terrò aggiornati sui miei progressi. Cosa non facile, peraltro, dato che ignoro il mio peso. Non mi sono pesata, no. Queste prime due settimane di dieta sono propedeutiche, devono portarmi ad affrontare la bilancia. Da lì in poi affonterò il secondo schermo.

Ah, l’immagine non vi faccia mettere in dubbio la serietà delle mie intenzioni: son decisa, via!

La serenità ti fa male lo so

dicembre 31, 2012

Cari voi che leggete,

vi auguro salute, certo. E poi tanto batticuore, corse trafelate, occhi brillanti, un bel traguardo da raggiungere, un po’ di smania e d’irrequietezza, viaggi in treno, in aereo, in moto, in macchina e a piedi. Vi auguro un po’ di tempo libero da passare con gli amici di sempre e anche un amico nuovo.

Auguri per un intenso 2013!

hny

Caro Babbo Natale

dicembre 22, 2012

DRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIINNNNNNNNNNNNNNNNNNNN!!!!!

Fine della lezione, via i libri in cartella, calca agli attaccapanni, sciarpe, berretti e giacche infilati in velocità, baccano, rumori di banchi e di sedie, via che si va!

Mi si avvicina una ragazzina: “Questo è per Lei, auguri!”. Neanche il tempo di ringraziarla che è già scappata via, tutta vergognosa.

E mi ritrovo tra le mani un pacchettino, un cubetto ricoperto di carta rossa.

Sono commossa, incredula. E mentre scarto il pacchetto mi sento anche un po’ orgogliosa di essere riuscita  a suscitare a questa ragazza un moto di simpatia, nonostante la mia materia risulti a volte un po’ ostica.

Ed eccolo, inaspettato, l’affondo:antiageE niente,  ho stracciato la mia letterina a Babbo Natale, quella in cui gli chiedevo salute e felicità per tutti i miei cari, e ho chiesto un bel cabaret di fiale al botulino.

 

La Luisona de noantri

dicembre 10, 2012

Troneggiavano sul bancone del bar vicino alla cassa da qualche mese,  baldanzose. Nelle prime settimane, almeno.

MANDORLE TOSTATE RICOPERTE DI CIOCCOLATO AL GUSTO DI MELONE.

Pensando all’ equipe di maitres chocolatiers svizzeri inventori dell’ardita ricetta veniva da chiedersi, ragazzi, ma non avrete un po’ esagerato? Non so, le mandorle, il cioccolato, il melone, non è un po’ troppo?

Di elvetica arroganza era anche il prezzo iniziale delle suddette praline. Decisamente troppo anche quello.

E insomma sono rimaste lì, invendute, per settimane. Poi è iniziata l’umiliante svalutazione: via 50 centesimi, poi altri 50, e poi ancora un euro di meno, e un altro, e così via.

Ho seguito il processo di deprezzamento per settimane, mesi: prendevo il caffè e buttavo uno sguardo partecipe ai confetti di melone. Erano sempre lì, cambiava solo l’etichetta del prezzo. Ho cominciato a tifare per loro (almeno una volta nella vita non ci siamo sentiti forse tutti delle reiette mandorle al melone?) , a sperare che qualcuno si lasciasse tentare, complice il prezzo sempre meno svizzero. Provavo simpatia, ormai si era amiche, e poi, in fondo, che cosa c’è di strano nel cioccolato al melone? E i Mon Chéri, allora? E la marmellata di albicocche nella Sacher? E le arance candite ricoperte al cioccolato?

Quando sono entrata al bar stamattina non c’erano più, le mie mandorle al melone. Ho chiesto loro notizie alla ragazza del bar,forse che  qualcuno le aveva finalmente comprate? No, mi ha detto, sono un caso disperato. Le sto per mettere in un piattino vicino alla ciotola degli zuccheri in bustina per offrirle ai clienti e liberarmene, una volta per tutte.

Così,  AGGRATIS!

Com’è finita, secondo voi?

handy stefi 285

Ci tengo a precisare che ho insistito per pagarle, le luisone.